Relazioni di salite dei soci
Eiger Nordwand
Giorgio Crosta, di Varese, ci comunica di aver salito, nel mese di ottobre 2006, la parete Nord dell'Eiger, seguendo la via classica dei primi salitori con una variante finale, in cordata con la guida austriaca Juri Hains, che, purtroppo è deceduto pochi mesi dopo per un grave male.
Giorgio pone a disposizione di chi è interessato la descrizione della salita e tutta la documentazione fotografica.
L.R.-25.9.2007)
Punta Dufour (27 agosto 2007)
Il nuovo socio Valerio Leoni, reduce dalla Dufour, ci manda queste utili indicazioni, in particolare riguardo le corde fisse che attrezzano la discesa.
Vi scrivo riguardo alle corde fisse poste dalle guide svizzere sulla Punta Dufour, che ho salito dalla normale svizzera il 29 luglio 2007.
Si tratta di 6
o 7 corde fisse situate su un canalone laterale della Punta Dufour, che
facilitano la discesa sul Monterosa Gletscher a pochi metri dal
Silbersattel.
Dalla croce di vetta della Dufour si prosegue in direzione est (verso
l'Italia) per qualche decina di metri. Si aggira un gendarme roccioso sulla
sinistra (lato Nordend) e quindi si individua una sorta di imbuto nevoso che
scende verso il basso. Si scende di pochi metri fino a trovare il primo
canapone.
Si seguono i canaponi (sono 6 o 7, non ricordo) fino alla fine del canale,
poi si scende per circa venti metri su un pendio nevoso abbastanza ripido ma
facile fino alla spianata del Silbersattel.
Le corde sono continue e consentono una discesa molto rapida e sicura (io ho
fatto sicurezza con un machard). In questo modo si sale dal Sattel e si
discende dal canale, evitando fastidiosi (e pericolosi) incroci lungo la
cresta.
Le corde consentono di discendere in circa 30 minuti il canale per poi
proseguire eventualmente verso la Nordend, concatenando facilmente le due
cime.
Utile il casco per proteggersi dalla caduta di ghiaccio mosso da altri
alpinisti.
Queste corde potrebbero essere usate anche per risalire. Il canale presenta
dei passaggi di roccia sopratutto nella parte inferiore (III grado) e poi
ghiaccio cui 45-50 gradi. A luglio era molto duro con zone di ghiaccio vivo
molto liscio e compatto. Penso che risalire dalla Dufour per questa via sia
poco interessante: si perde la magnifica cresta aerea della normale e si
rischia di essere investiti durante la salita da scariche di ghiaccio.
Probabilmente può risultare utile risalire da questo canale nel caso si
voglia unire la salita alla Dufour dopo aver salito la Nordend con gli sci.
In questo caso si può salire e scendere rapidamente sulla cima della Dufour
per il canale.
Altrimenti anche con gli sci si può percorrere la normale fino alla cima
della Dufour, poi scendere al Silbersattel, lasciare gli sci e salire la
Nordend. Unica nota: attenzione che quasi arrivati in cima alla Dufour ci
sono dei passaggi di roccia un po' angusti il cui superamento con gli sci
sulle spalle potrebbe risultare un po' laborioso.
Cordialmente
Valerio Leoni
Les Droites ( 2 agosto 2007)
Il socio Vareno Boreatti ci segnala di aver salito Les Droites. La sua relazione può essere interessante anche per altri soci.
Il primo agosto assieme a Ermes Rizzioli e un'altra cordata sono salito alle Droites per la via normale, e questo per me fa 68.
voglio darvi due notizie soggettive sperando che possano servire a qualcuno:
le condizioni di neve delle Droites attualmente sono buone, il ghiaccio affiora solo sul ghiacciaio in basso. Ho percorso la via del canale sotto il colle des Droites e ho tagliato a sinistra a per la prima banda nevosa, si è circa all'uscita del canale ovest (3550 m circa). Il crestone su cui si sale è di roccia rotta ed è facile far cadere pietre quindi si deve salire con molta attenzione. Forse è meglio tagliare sulla seconda banda nevosa perchè per neve si va più veloci e non si buttano giù pietre. Il pendio di neve sotto la cima è in pieno sole e bisognerebbe scenderlo presto. (Ho letto su una guida che, partendo da un tiro sotto la punta, e tenendosi a sinistra orografica c'è un canale che può essere sceso con 7 doppie (lunghe quanto?) tenendosi sempre molto a sinistra, si arriva sul pendio sotto il colle des Droites). Noi siamo scesi, anche con qualche doppia (i cordini li ho integrati), per lo sperone fino poco sotto l'imbocco del canale Ovest poi per rocce marce siamo scesi su questo sperone di fianco al canale. Verso la fine ci sembrava che le rocce della destra orografica del canale fossero più solide allora abbiamo attraversato il canale e abbiamo fatto da lì la doppia per superare il crepo terminale. Da qui siamo scesi direttamente al rifugio e abbiamo visto che, senza piste e di notte, può essere difficile trovare la base del canale in mezzo ai crepacci. Io ci ho messo 7 ore e 30 per la cima e quattro ore per l'ultima doppia.
In questi giorni hanno salito la Verte per i couloir Whymper e Couturier e hanno detto che erano in condizione.
N.B. Per la discesa dal canale Whimper, specie nella prima parte, sono necessarie 2 corde di almeno 50 metri.
Saluti
L'integrale del Peuterey (di Gianni Predan)
L’integrale del Peuterey è quella lunga cresta che partendo dalla V. Veny, sale sulla vetta dell’Aig. Noire de Peuterey, scende dalla sua parete Nord alla Brèche des Dames Anglaises, tocca il Bivacco Craveri, sale alle tre punte dell’Aig. Bianche de Peuterey, scende al Col de Peuterey, sale al Gran Pilier d’Angle e poi sulla vetta del Monte Bianco: un'ascensione di grande impegno.
Nella relazione seguente Gianni Predan, dopo averla vissuta nel 2000, ce la racconta; la pubblichiamo volentieri, ritenendo che possa interessare molti dei nostri soci.
(La Redazione)
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A giugno dello scorso anno (2000, n.d.r) mi sono trovato a lavorare con Pier Mattiel alla ferrata di Giaglione in Val di Susa. Dopo pochi giorni trascorsi insieme, lui se ne esce con: “Ti interessa fare 1’integrale del Peuterey quest’estate?”. “Mi spaventa troppo la discesa della nord della Noire “ replico subito. “Ma non si fa più la discesa sulla nord, si fanno le doppie del soccorso sulla ovest e poi si taglia nel canale della Brèche sud delle Dames des Anglais”. “Se è così, ci si può pensare, ma tu la conosci ?“. “No, ma ho parlato con Ivan che mi ha spiegato tutto.”
Da allora 1’idea ha iniziato a svilupparsi lentamente: un giorno discutevamo del periodo e delle condizioni migliori per effettuare la salita, un altro giorno portavo la guida Vallot e nella pausa ci guardavamo la traversata delle “Dames des Anglais” come continuava erroneamente a chiamarle Pier, in altre occasioni consideravamo i particolari dell’equipaggiamento, i viveri, e i tempi, mentre la stagione buona si avvicinava.
Sarebbe stata la prima salita fatta assieme, avevamo d’istinto reciproca fiducia; mi era anche piaciuta la sua idea di salire la Noire dalla cresta est anzichè dalla sud, per guadagnare tempo, un segno di realismo del progetto.
Pier aveva anche una motivazione in più: avrebbe degnamente concluso la collezione ufficiale delle cime di 4000 m. delle Alpi (1’Aig. Blanche e il Pilier d’Angle erano le sole due ancora mancanti); non poteva quindi mancare questa salita il suo abituale compagno di collezione, Gianni, un monzese, istruttore di alpinismo, che io non conoscevo ancora.
Dopo i primi di luglio non ci siamo più né visti né sentiti, ognuno preso dai suoi impegni, poi sono iniziate le telefonate, entrambi attenti alle condizioni e al meteo, sperando di non incappare in un’estate come quella dell’anno precedente.. Quando finalmente sembra che le cose stiano mettendosi bene arriva, a conferma, la notizia che due guide di Coumayeur, Arnaud Clavel e Matteo Pellin 1’hanno appena salita in tempi record.
É ora: il socio di Pier viene fatto rientrare dalla sera alla mattina dalle Dolomiti, al ritrovo al casello di Ivrea, lunedì 14 agosto ore 13, viene rinominato Spirit, anche per non avere due Gianni in cordata.
Passiamo più di un’ora su un prato della val Veny a decidere le cose comuni da prendere; per il resto qualche discussione e poi ognuno di testa sua.
Prendiamo la salita al Borelli con la dovuta calma anche se le deboli piogge locali previste per oggi sono proprio sulle nostre teste; solo sul prato finale, stufo di bagnarmi, incremento 1’andatura per andare a fotografare 1’arcobaleno stando al riparo.
Scopriamo che il rifugio è gestito da tre ragazzi simpatici; noi ci siamo presi tutto, ma decidiamo di gustarci un’ultima vera pastasciutta prima d’iniziare la dieta di cibi preconfezionati.
Oggi una cordata di Greci ha salito velocemente la cresta sud della Noire con 1’intenzione di proseguire per 1’integrale, mentre ancora sulla cresta sud si prepara al bivacco una cordata, padre e figlio, partita al mattino dalla val Veny.
Con noi al rifugio ci sono due liguri e una guida svizzera con cliente, tutti per la cresta sud della Noire; i liguri chiedono invano a noi ragguagli sulla cresta est, la guida bernese invece ha già fatto 1’integrale e può darci preziose informazioni sui punti più oscuri.
Ce ne andiamo a letto con una bella confusione in testa; poche ore dopo ci ritroviamo a colazione in un pensieroso silenzio assieme alle altre due cordate.
L’individuazione della salita per la cresta est non è facile e fin da subito dobbiamo discutere prima di essere in accordo. Mentre il sole si mangia le ore saliamo abbastanza convinti finché non siamo costretti a legarci per un tratto diagonale sul versante Brenva su roccia piuttosto brutta certamente fuori via, poi proseguiamo con lievi incertezze fino a un nuovo punto critico, dove mi lego di nuovo a Pier e Spirit per un tiro di corda su rocce instabili che ci porta finalmente al tratto facile sotto la cima. Guardo di tanto in tanto il labirinto di roccia che sta crescendo sotto di noi, ammirato per i salitori della sud che riescono talvolta in giornata a ritrovare la via di valle, le guide magari portandosi un cliente stanco.
Solo in vetta chiedo il responso all’orologio: le 13, siamo un po’ delusi ma piuttosto che ridiscendere dal percorso appena fatto ci precipitiamo nel vuoto tra la parete nord e la ovest. Non sono le doppie del soccorso, ma corrispondono alla descrizione fattaci dalla guida svizzera; dimentichiamo però che ci aveva anche detto “se trovate un ancoraggio buono dopo 20 o 30 m. fermatevi e fate una doppia corta” e già alla seconda doppia, presuntuosamente lunga, le nostre corde si incastrano durante il recupero.
Risalgo arrampicando, assicurato dal basso con la corda libera, a recuperare le corde e rifaccio una mezza doppia su un ancoraggio intorno ad un sasso mal incastrato (qualcun altro ha già avuto il nostro problema).
Dopo poco un altro intoppo: non si riesce a recuperare le corde nonostante la cura che ci ho messo nel posizionare il nodo fuori dallo spigolo, tira la gialla, tira la nera, ritira la gialla, ritira la nera, quando alla fine riusciamo a tornare in possesso delle nostre corde, la nera ha la guaina tranciata ad alcuni metri dalla giunzione; invertiamo il capo nella giunzione rinunciando provvisoriamente (con un nodo) ad usare i metri di corda sotto la scamiciatura.
Continuiamo a scendere dentro una specie di imbuto che verso il fondo ci riversa addosso ghiaccioli e acqua, e imponiamo a Spirit 1’abbandono dell’autoassicurazione per velocizzare al massimo la discesa. Quando ne usciamo e attraversiamo verso il couloir della Brèche sud, la tensione diminuisce e Pier si concede anche una pausa per importanti funzioni corporali.
Arriviamo al termine delle 14 doppie in 4 ore, un tempo ancora permesso dalla guida di Buscaini.
Nella risalita verso le Dames Anglaises, Spirit che fin dal mattino non è riuscito a mandare giù le merendine previste come unico alimento diurno, comincia a rallentare un po’ il ritmo; per fortuna si tratta di poco, perché contrariamente ai consigli dello svizzero decidiamo per la traversata bassa: altre 5 doppie per raggiungere il couloir della brèche nord. Sotto 1’ultimo ancoraggio troviamo incastrata una corda nuova (forse dei greci); che le cose comincino a girare per il verso giusto?
Risaliamo il couloir procedendo assieme, legati a 100 m. tra il primo e 1’ultimo di cordata con qualche rinvio posizionato di tanto in tanto, col peso aggiuntivo di una corda nuova nello zaino; non troviamo tracce recenti, ci pare che i greci siano scesi sui Freney.
Non ci affrettiamo perchè la tappa odierna ha ormai un termine naturale al Craveri: i sacchi a pelo diventano così un lussuoso fardello (per non dire degli ingombranti materassini di Pier e Spirit). Ci arriviamo con luce sufficiente a scattare le ultime foto.
Ci diamo da fare per allietare la serata con un pasto cucinato: scendo alla brèche a prendere una borsata di neve, poi ci ritorno per una zainata, ogni volta Spirit non mi lascia andare senza 1’esagerata premura di legarmi e tirarmi su. Passiamo la serata a coccolarci con le cibarie migliori che ci siamo portati e a riempire di liquido noi e le bottiglie di plastica per 1’indomani. Quando decidiamo di passare ai liofilizzati, Pier ne ha già abbastanza e Spirit scoprendo che si tratta di riso e pollo al currry rinuncia disgustato; io mi sacrifico per non buttare la roba portata sin quassù e cucinata con amore.
La notte è ancora una volta troppo piccola per noi, inizio a trafficare col fornelletto mentre i miei compagni fingono ancora di dormicchiare; dopo un’ora di preparativi ci costringiamo a lasciare il bivacco alla luce della luna piena e delle nostre pile frontali. La dotazione del Craveri si è arricchita di una corda lesionata, di una confezione di cibo liofilizzato e di metà del materassino pluriball di Spirit.
Superiamo il primo tratto, un brutto traverso di rocce rotte, con lo sfavore delle tenebre e ai primi chiarori siamo alle cenge Schneider a discutere se si debba passare sopra o sotto il “sottile gendarme”, Pier non molla, Spirit è legato a lui per cui mi adeguo, poi scopriamo che andava comunque bene.
Il resto della salita all’Aig. Blanche è piacevole e veloce, io preferisco procedere slegato liberando di tanto in tanto la loro corda dagli impigli.
La prima vetta della Bianche, la sud, ci lascia incantati, attraversiamo lungo una spettacolare crestina fino alla punta centrale e poi alla nord.
Guardiamo preoccupati 1’ultimo tratto della salita, la vista di fronte impressiona sempre un po’ e 1’idea di tagliare verso il col Eccles balena per un istante, ma poi scendiamo al col Peuterey con 4-5 doppie.
Una sosta brevissima e parto in testa verso il Gran Pilier d’Angle; superata la terminale iniziamo il tratto di misto con le solite discussioni se passare a destra o sinistra, alla fine io salgo slegato accanto a loro che vanno di conserva, la crestina del Pilier è persino più bella di quella della Blanche.
Dalla sommità del Pilier, mentre assaporiamo la maestà della nostra posizione prima dell’ultima fatica, assistiamo ad un intervento dell’elicottero del Soccorso sulla parete nord est sotto di noi.
Per affrontare la restante salita al Bianco di Courmayeur spremiamo le restanti energie della cordata, la traccia delle due guide di Courmayeur si intravede ancora e Pier in testa si incarica di ribatterla, io chiudo prendendomi le cose pesanti, Spirit preso in mezzo non deve rallentare. Iniziamo stancamente sudando sotto il sole a picco ma appena prendiamo 1’aria da ovest, che ci gela le mani nei guanti bagnati, il ritmo ritorna crescente; Spirit, se pur mezzo digiuno come ieri, dà il meglio di sé, soffia come un mantice ora che ha scoperto il miracolo che può compiere la respirazione.
Circa 150 m. sotto la cima del Bianco di Courmayeur troviamo un lungo garbuglio di cordino rosso che ci accompagna fino all’uscita sulla vetta a lato di una delle cornici. Siamo soli, tira un’aria fresca, una veloce sistemata al materiale, ritiriamo le corde nei sacchi e prima delle 18 abbiamo tutto il mondo sotto di noi.
Dalle Bosses arriva una cordata femminile partita alle 9 del mattino dal trenino del Nid d’Aigle, cerchiamo un po’ di riparo in una mezza truna già scavata: Pier prova ad accendere un fuoco con i fogli della relazione che ci ha accompagnato per tutta la salita, la fiamma nell’aria libera della cima porta il nostro pensiero all’amico Robi Perucca che solo pochi giorni fa ci ha lasciati, in questo momento sentiamo fortemente la sua vicinanza.
Iniziamo a scendere, di corsa, i ramponi di Spirit fuori traccia fanno zoccolo, quando Pier voltandosi lo vede scendere cautamente faccia a monte lo insulta quasi, gridandogli di stare nel pistone. La discesa è rapida, alla spalla del Maudit ci aspettiamo, perchè c’è da fare una doppia, poi via di corsa nuovamente.
Alla spalla del Tacul ci aspettiamo ancora, il vento ci fa sentire un po’ il freddo mentre il sole sta scomparendo dietro un orizzonte arancione.
Arriviamo al rifugio dei Cosmiques alla spicciolata che è ormai buio, troviamo posto, una breve telefonata a casa, le ultime chiacchere rilassate davanti ad una enorme zuppiera di ‘soupe’ calda.
L’indomani quando ci alziamo comodamente alle 7, troviamo alcune guide italiane: Roberto Giovanetto, Giovanni Bassanini e Andrea Plat già rientrate per il tempo orribile, c’è nebbia, vento e neve.
Dopo colazione, poichè gli ovetti dalla Midi all’Hehlbronner sono fermi, ce ne andiamo allegramente a piedi al Torino; scendendo in funivia a La Palud chiamiamo col telefonino Ivan Negro che ci raccoglie appena scesi e ci riporta all’auto che abbiamo lasciato in Val Veny tanto tempo fa...
Il nostro viaggio in sintesi: 15 ore dal Borelli al Craveri, 16 ore dal Craveri al Cosmiques, circa 3500 m in salita, 2300 in discesa (parte a piedi, il resto con 25 doppie) e un po’ d’avventura che ancora si può vivere nelle Alpi.
Il socio Vareno Boreatti ci segnala di aver percorso la Nadelgrat, con qualche indicazione che può essere interessante anche per altri soci.
Nadelgrat (25 agosto 2006)
Il 23/8 con tempo bello ho percorso la Nadelgrat con Enrico Dagna, Nadino Zoppo e Filippo Pesando. L'inizio del percorso che si fa di notte è segnalato con catarifrangenti. Partiti alle 3.30, alle 6 al Galenjoch e alle 11 in vetta al Dirruhorn: lo pensavo più corto, ma ci sono diverse anticime. 40 minuti per scendere al colle (orripilante dal versante nord, si vede il primo ancoraggio di sicura) e un paio d'ore per risalire per rocce e neve all'Hohbärghorn (ci sono persone che scalano la parete nord). Un'altra ora per arrivare allo Stecknadelhorn poi attraversiamo sotto il Nadelhorn fino alla cresta NE dove arriviamo alle 15,15. Nadino, che non era stato in punta, sale da solo e noi lo aspettiamo. Per il Dirruhorn 7.30 ore e per la cresta 4.30 ore; poi c'è la discesa: ci ho messo altre 4 ore per scendere al rifugio. Al rifugio si sta benissimo, e il gestore, Pius Schnidrig, che ha escogitato i segnali catarifrangenti esportati anche all'Aletchhorn, dà informazioni attendibili sulle condizioni della montagna anche telefonicamente! Con queste tre cime sono arrivato a 66, andare oltre è sempre più dura!
Saluti
Il socio Danilo Baggini ci segnala la sua salita allo Schreckhorn, con qualche utile indicazione, specie per chi usa il GPS.
Schreckhorn (25 luglio 2006)
Il 24/7/06 ho salito lo Schreckhorn, con Omar Marzoli, dalla via normale del versante meridionale.Come già per il Lauteraarhorn scrivo qualche breve nota.
La salita alla Schreckhornhutte è su ottimo sentiero attrezzato come una ferrata su certi tratti molto ripidi ed esposti. Ci si impiega dalle 3 alle 4 ore. Noi siamo saliti in 3 ore, Prevedere di togliersi scarpe e calze in 2 o 3 punti per guadi. La funivia del Pfingstegg viaggia ogni 10 minuti fino alle 19. Noi in discesa, partendo alle 2 30 di notte per la vetta, l'abbiamo presa alle 17, senza mai correre, ma senza mai neanche perdere tempo e fermandoci per poche e brevi soste.
Trovare la strada di salita di notte non è facile, noi eravamo preceduti da 3 guide con clienti, ed hanno avuto anche loro difficoltà a trovarla. Chi ha il tempo e la voglia di andare in ricognizione per un'ora di cammino il pomeriggio prima, lo faccia. Il problema è trovare il sentiero che supera la balza rocciosa che dal ghiacciaio Eismeer permette di entrare nel canalone detritico, superando lo base della Cresta di Gaag (punti TP2, TP3, TP4, TP5 sulla mappa).
Per chi utilizza il GPS, di enorme aiuto in una situazione come questa e di notte, nella mappa è indicata la traccia da noi percorsa ed alcuni punti salienti; allego anche un foglio (Schreckhorn wpt.tif) con i punti commentati e con indicate le loro coordinate GPS in map datum CH-1903 e griglia svizzera (in altre parole sono i numeri del reticolo delle mappe svizzere).
ATTENZIONE tutti i punti sono rilevati con il GPS tranne l'ultimo TP10 che è stato desunto dalla carta, potrebbe non essere perfetto...
Per chi è attrezzato con il programma OziExplorer allego la traccia ed i wpt in formato elettronico (Schreckhorn.plt, Schreckhorn.wpt)
Saluto cordiali
Ancora Danilo Baggini ci manda la relazione della sua salita al Lauteraarhorn con alcune note di interesse generale, che riportiamo nel seguito.
Lauteraarhorn (25 giugno 2006)
Il 25 giugno 2006 dopo alcuni anni dedicati all'arrampicata e
di inattività sui 4000 ho salito il Lauteraarhorn con Omar Marzoli percorrendo
la via normale dall'Aarbiwak.
Condizioni del canale perfette fino a q. 3700, successivamente parecchia neve
non ancora trasformata e/o non ancora slavinata, obbliga a scendere non oltre
la metà mattina. Noi siamo arrivati alle 9 in vetta ed alle 11 eravamo
al bivacco. Cresta tutta pulita.
Aggiungo una nota personale alla relazione di "I quattromila delle Alpi" di Mario Vannuccini Editore NORDPRESS, che grada di 2° la cresta finale:
Il primo (e unico) piccolo gendarme della cresta, posto poche decine di metri dopo il colle, va sceso in doppia (3 metri, ancoraggio difficile da realizzare) o in arrampicata (3°+, ma apparentemente ben più difficile) o aggirato sulla sinistra (salendo) traversando direttamente dal colle, dapprima su cengia e poi salendo un canale nevoso fino al colletto oltre il risalto. In salita e con cengia innevata, essa è preferibile, in discesa è meglio salire il facile passaggio di 3°+.
La precisazione va fatta in quanto tale salto ci ha messo in difficoltà:
mi attendevo una via di 2° e vedendo il salto ben più difficile,
ho pensato di cercare una soluzione diversa, perdendo un pò di tempo
per ricostruire la situazione che ho descritto.
L'Aarbiwak è, come sempre i rifugi e bivacchi svizzeri, perfetto. E'
un rifugio, anche se piccolo, e non un bivacco, coperte asciutte e calde, sacchi
lenzuolo, fornelli per bombole camping gas (tipo medio) bombole ricambio disponibili,
luce elettrica, acqua a 20 m.
Danilo
Baggini
Via Ambra al Colle Gnifetti (4559 m): prima salita assoluta, invernale ed in solitaria (10-11 febbraio 2006)
Giorgio Crosta, di Varese, membro
del Club 4000, ci comunica di aver aperto in solitaria, nei giorni 10 ed 11 febbraio 2006, una nuova via sulla
parete est del Monte Rosa, tra la classica
Cresta Signal e la Via dei Francesi, dedicandola a sua figlia Ambra.
Il resoconto originale dell'autore è a disposizione di chi ne facesse richiesta.
Ricordiamo che la parete est del Monte Rosa è la più alta (oltre 2000 metri), ampia (si estende per una lunghezza di 10 chilometri) e maestosa muraglia delle Alpi, che il grande alpinista francese Lucien Devies, autore nel luglio1931, assieme a Jacques Lagard, della prima salita di questa parete (appunto la "Via dei Francesi"), definì "Il Caucaso delle Alpi".
(L.R.-17.3.2006)
Romolo Riboldi ci manda la seguente descrizione della traversata del Täschhorn. Non è (ancora?) un nostro socio, ma riteniamo che le informazioni che dà siano di interesse generale.
Traversata del Täschhorn (16 luglio 2005)
Il 16 luglio, con il mio amico Fabio Facetti e la guida Marco Moreschini, abbiamo fatto la traversata dal bivacco Mischabeljoch al rifugio Domhutte; partiti alle 4 di mattina, alle 7.55 eravamo in cima al Täschhorn 4491 m, poi dopo 8 ore di su e giù su gendarmi, creste affilate, passaggi di 3° e 4°, con cornici e neve fresca (portata dalla bufera che per tutto il 15 ci aveva bloccato al bivacco), finalmente stremati sbucavamo in cima al Dom 4545 m alle 16. La fatica non era però finita, perché ancora ci aspettava una discesa di 1600 m fino al rifugio Domhutte, che raggiungevamo stremati dopo aver bruciato anche le ultime gocce d'acqua verso le 20,10 - in tutto 16 ore (!). Certo l'età non è delle più fresche, 55 io 45 Fabio, ma la soddisfazione di aver portato a compimento "La prima?" traversata estiva è stata tantissima, avevamo letto che dal Tasch al Dom ci sarebbero volute 4-5 ore, a nostro avviso, anche nelle migliori condizioni, visto l'ambiente severo e delicato bisogna metterne in conto come minimo almeno 6-6 e mezzo che in ogni caso portano il tragitto totale ad un impegno di almeno 13-14 ore. Ringrazio la guida Marco Moreschini che ci ha accompagnato con la necessaria prudenza ed attenzione in una avventura che resterà per sempre nei nostri cuori.
Purtroppo alcune riprese fatte con la telecamera non hanno dato buon risultato perciò vorrei chiedere se qualcuno ha qualche filmato o fotografie della cresta (fatte nel periodo estivo), in special modo della salita al Dom che vorrei inserire nel filmato su questa avventura.
So che questa traversata non è molto frequentata ma chissà, vorse qualcuno del Club4000 in passato ha avuto la bella idea di farla.....
Grazie
Romolo Riboldi (CAI Malnate-Va)
Sergio De Leo, membro del nostro Club,non si accontenta di salire i 4000 lungo le vie normali, (anche se in questo caso la salita normale non è proprio una passeggiata), ma sceglie le pareti nord, i canaloni più vertiginosi e per di più in inverno. Presentiamo qui la sua ultima notevole impresa che si aggiunge alla parete nord delle Grandes Jorasses della quale ci ha dato conto l'estate scorsa.
Les Droites - Parete nord-est, couloir Lagarde (18 marzo 2005)
Les Droites (4000 m) sono una superba montagna situata nel gruppo del Monte Bianco, tra il bacino del Talèfre e quello di Argentière. Le sue severe pareti nord e nord-Est sono considerate tra le più belle e difficili delle Alpi. Il couloir Lagarde in particolare è una via di ghiaccio e misto magnifica,ormai classica in inverno e primavera. L'itinerario non è da sottovalutare, la parete è infatti alta 1000 metri ed il canalone è esposto a cadute di pietre e ghiaccio.
Lasciato il rifugio Argentière, si attraversa l'omonimo ghiacciaio e ci si dirige nella conca posta sotto il versante NE delle Droites, superando una zona generalmente piuttosto crepacciata. Individuato lo sbocco del canale (cosa non facile una volta sotto la parete e al buio), si supera al meglio la terminale e si prosegue lungo l'evidente serie di goulottes per circa 250 metri (pendenze tra i 70°ed i 90°). Si segue poi il grande canalone superando inizialmente qualche ripido tratto tra le rocce affioranti; successivamente le pendenze si fanno più regolari (comunque oltre i 50°). Al termine del canale, quando quest'ultimo si restringe tra le fasce rocciose terminali, ci si dirige a destra con difficile arrampicata su terreno misto per uscire sul tratto finale dello sperone Tournier. Poche centinaia di metri di crestina nevosa portano in vetta.
Difficoltà: TD - TD sup. Ore: 6 -10 per la parete, più 1.30' per l'avvicinamento.
La discesa si effettua sul versante Talèfre con sette doppie che consentono di raggiungere il ripido e pericoloso pendio esposto a Sud che si segue sino ad incrociare la discesa dalle Courtes. Seguendo quest'ultima ci si porta sul ghiacciaio del Talèfre e da quì al rifugio Couvercle o direttamente a Chamonix.
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NOTE RELATIVE ALL'ASCENSIONE
Crepaccia terminale sulla destra con neve inconsistente poggiata su placche
rocciose.(non banale); goulottes in ottime condizioni (due scariche di neve
farinosa); canale con neve farinosa più o meno consolidata e ghiaccio
tenero; rocce molto secche con passaggi difficili e faticosi; doppie facilmente
rintracciabili; pendio di discesa in neve crostosa profonda e faticosissima,
praticamente insciabile anche nella parte meno ripida finale.
Condizioni generali quindi decenti ma non eccezionali, comunque una delle poche
vie fattibili nel gruppo del Bianco in quest'inverno secco e ventoso.
Sergio De Leo,Valerio Glarey
(Aspirante.G.A.):
Qualcuno dei membri del CLUB 4000 affronta anche vie storiche dell'alpinismo come la nord delle Jorasses: è il caso di Sergio De Leo, forte alpinista valdostano che ha al suo attivo anche salite sugli 8000, che ci ha gentilmente inviato questa relazione della sua bella impresa compiuta nell'estate 2003.
Grandes Jorasses - Parete Nord (P.ta Walker) - (19 luglio 2003)
Ore 4.00, risaliamo il ghiacciaio di Leschaux ancora immerso nella notte. Molte
luci brillano sulla nord: cordate in attesa dell'alba per sfuggire alla lunga
e spesso dolorosa immobilità imposta dal bivacco. La grande parete, la
regina delle nord, è finalmente in condizioni perfette in questo luglio
eccezionalmente caldo e asciutto. Negli ultimi sei o sette anni i momenti favorevoli
all'ascensione sono stati infatti molto rari e di breve durata.
È ancora buio quando, in equilibrio su di una stretta cengia di neve
posta a monte delle terminali, ci togliamo i ramponi. Il piede della "Walker"
si trova circa cinquanta metri più in basso, alla nostra sinistra e ne
rimangono quindi "solo" millecentocinquanta alla vetta! Alla luce
delle frontali risaliamo le prime facili rampe di rocce rotte. Gio' (1) sale
come sempre rapidissimo. La luce ci sorprende sulle prime lunghezze impegnative;
la roccia è fredda, le mani anche e le pietre smosse dalle molte cordate
che ci precedono sibilano spesso troppo vicine a noi. Calziamo le scarpette
e ci carichiamo gli scarponi nello zaino che si fa subito spiacevolmente pesante.
Al primo posto di bivacco, ai piedi della fessura Rébuffat, troviamo
il primo ingorgo. Gio' non brilla per pazienza e inizia la girandola dei sorpassi.
Fortunatamente la maggior parte delle cordate, lente e ancora intirizzite dai
bivacchi, non oppone grande resistenza.
Superato
il diedro di settantacinque metri ci ritroviamo finalmente quasi soli. Ci concediamo
un breve riposo ai piedi delle placche nere. Il tempo è splendido e non
caldissimo ma alla nostra destra, nel canalone che ci separa dalla punta Whymper,
le cadute di pietre sono frequenti, rumorose ed angoscianti. Il granito, in
effetti, si rivela qui meno compatto di come lo avevo immaginato, effetto forse
di una ascensione per tanti anni attesa, sognata e probabilmente in parte idealizzata.
Le ore passano lente; le lunghezze di corda si susseguono invece piuttosto rapide.
Oltrepassate le placche nere, segue la torre grigia, poi i tiri belli e più
facili che portano ai camini rossi, prima dei quali un nevaio ci costringe a
rimettere gli scarponi. L'ambiente è severo. La parete sprofonda sotto
di noi per oltre mille metri sino al ghiacciaio illuminato dal sole.
Mentre scambio alcune parole con un'altra cordata, da poco raggiunta, una grossa
pietra mi colpisce ad una spalla lasciandomi alcuni istanti senza fiato. Provo
alcuni movimenti con il braccio: fortunatamente è tutto ok . Scampato
pericolo! Certo è che giornata ed ascensione potevano prendere una piega
decisamente negativa!
Ore13.30: Gio' mi stringe la mano e facciamo lo stesso con due ragazzi francesi
che si trovano con noi sulla vetta delle Grandes Jorasses. L'emozione attesa
è, come spesso mi succede, rimandata ad altri luoghi: la tenda dell'ultimo
campo, quella del campo base (2), casa mia. La soddisfazione sì, quella
c'è e tanta.Tutti i nodi vengono al pettine; o almeno così è
stato fino ad ora. Il Pilone Centrale, gli Ottomila e tanti altri sogni si sono
negli anni realizzati grazie a passione e fortuna. Con l'aiuto di quest'ultima
spero di vedere prossimamente realizzati molti altri progetti.
Lasciata la cima sprofondiamo lentamente nel luminoso e non banale versante
sud. Molte ore dopo mi trovo seduto nel déhors di un bar di Plampincieux
in compagnia di Gio', alcuni suoi amici e parecchie birre; le Grandes Jorasses
sono scomparse nella notte
(1) Giovanni Bassanini (G.A.)
(2) riferimento a spedizioni himalayane (nota del Club)
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NOTA TECNICA
Punto di partenza: il rifugio Leschaux che si raggiunge utilizzando il trenino che collega Chamonix a Montenvers, e risalendo poi i ghiacciai della Mer de Glace e di Leschaux (3/4 ore).
Avvicinamento: richiede circa 2 ore e trenta dal rifugio Leschaux all'attacco (ghiacciaio in ottime condizioni malgrado l'estate particolarmente calda). Attacco: circa 50 metri a monte rispetto alla base dello sperone, dopo aver superato alcune terminali non difficili. Possibile anche un attacco più in alto, in cima allo zoccolo, ma il ghiacciaio diviene complesso e ci si espone maggiormente alle scariche provenienti dai canali che separano le punte Walker e Whymper.
Ascensione: prevedere circa 12/15 ore con la parete in condizioni ottimali
e cioè particolarmente asciutta. Molte comunque le possibilità
di bivacco discretamente comode. Almeno una decina le cordate già impegnate
sulla nord dai giorni precedenti, con conseguenti pericolose cadute di pietre.
Sempre a causa delle scariche non credo sia consigliabile la partenza diretta
da valle, con attacco pomeridiano della parete se quest'ultima risulta affollata.
Quasi sempre necessari gli scarponi per il superamento dei camini terminali
(nella circostanza noi li abbiamo utilizzati anche sullo zoccolo iniziale che,
privo di neve, si presentava con rocce molto rotte e sporche di terriccio).Una
serie di friend ed un martello per ribattere i chiodi già presenti possono
certamente tornare utili. Sulla linea di salita, peraltro non sempre facile
da reperire, le protezioni sono presenti ma non sempre sono abbondanti e sicure.
Discesa: occorrono circa 3 ore e trenta per raggiungere il rifugio Boccalatte,
ed altre 2 per raggiungere Plampincieux. Ghiaccio affiorante nei tratti più
ripidi e roccia molto rotta sulla crestina che sostiene la calotta di vetta.
Complessivamente le condizioni da noi riscontrate sono state buone considerando
la stagione particolare.
Ancora una relazione da parte di Paolo e Angela Pederzini relativa alla loro salita al
Gross-Grünhorn (5 settembre 2004)
Descrizione: Il Gross-Grünhorn m 4043, è una
bella ed isolata montagna al centro del massiccio dell'Oberland Bernese.
La cima si raggiunge per due itinerari considerati normali a seconda che si
salga in estate, o in primavera con gli sci.
Quest'ultimo itinerario, lungo il quale venne eseguita la prima salita, a causa
delle modifiche del ghiacciaio, risulta seppur complicato sicuro solamente in
primavera a inizio stagione.
Itinerario: Per l'itinerario estivo, dalla Konkordiahütte m 2850
si scendono circa 150 m, di cui circa 100 di comode scale di metallo, ponendo
piede sul Grüneggfirn e lo si risale in direzione ENE, tenendosi prima
centralmente, poi spostandosi a dx per evitare una zona crepacciata nella sua
dx orografica sino a circa quota 3000.
Si attraversa quindi decisamente a sn sino a raggiungere il bordo settentrionale
del ghiacciaio di rocce montonate e sfasciumi (ometto).
Dall'ometto, l'unico presente in questa sezione, traversare a dx in piano, poi
salire prima per una cengia obliqua, poi per canalini di sfasciumi a una pietraia
sotto ad una bastionata di roccia.
Un cono di detriti in alto a dx porta ad un caratteristico passaggio formato
da un salto di pochi m di roccia liscia sopra cui scorre un rivolo d'acqua,
la cui portata aumenta considerevolmente in discesa.
Superata in questo modo la bastionata si traversa ascendendo a sn subito a monte
di un grandissimo masso (neve).
Si continua ancora in alto a sn sino ad una placconata appoggiata che si risale
prima per una spaccatura ingombra di detriti verso sn, poi con percorso diretto
sino alla sua sommità, e poi si risale verso dx sino ai nevai dove si
calzano i ramponi.
La sezione fin qui descritta può variare in conseguenza dell'entità
dell'innevamento che può suggerire soluzioni più adatte per il
momento.
Con un traverso ascendente a dx si raggiunge un pendio di neve o ghiaccio che
passa a dx di un evidente risalto di una cresta di roccia, un punto di riferimento
della salita, e lo si risale tenendosi non lontano dalle rocce.
Superata una zona crepacciata si sale a sn un ripido canalino di neve, a volte
con terminale problematica, che porta alla nevosa cresta SO del Grünegghorn.
La si percorre, tratti a 40°, sino alla sua anticima m 3787 e si continua
per una cresta non difficile, ma esposta, prima di roccia e e poi di neve sino
alla vetta del Grünegghorn m 3860.
Si scende ad una sella per una ripida cresta di roccia e neve che in caso di
neve fresca ed abbondante diviene pericolosa se non impercorribile.
Dalla sella o attaccare subito la cresta SO del Gross-Grünhorn, o per risparmiare
tempo, risalire i pendii nevosi del versante NO e passata una piccola terminale
salire in cresta by-passandone la prima parte (circa metà).
La cresta si percorre sul filo o subito sotto a dx dove la roccia è abbastanza
solida e non difficile: 2° a tratti in un punto 3°.
Commento: Buone condizioni della salita e meteo bello e stabile è
una combinazione non spesso fruibile in Oberland, ne abbiamo quindi approfittato,
anche se ritenevamo finita per noi la stagione dell'alta montagna, per 'pagare'
un paio di vecchi debiti con questa cima.
Una quindicina di anni fa, con gli sci, abbiamo dovuto rinunciare quando eravamo
già in cresta per l'innevamento eccessivo di quest'ultima, l'anno scorso
all'anticima del Grünegghorn, siamo stati respinti da una furiosa nevicata.
Salita in ottime condizioni, le terminali resisteranno ancora per qualche tempo,
e giornate splendide.
Noi abbiamo scelto l'itinerario da Fiesh per raggiungere la Konkordiahütte,
trovando buone condizioni, meglio di quelle dello scorso anno, nel percorso
del ghiacciaio dell'Aletsch.
In questo periodo, l'ultima telecabina per il ritorno la domenica parte alle
18, il venerdì e il sabato, alle 21.30.
Io ed Angela al nostro 59° 4000 UIIA.
I coniugi Paolo e Angela Pederzini, che hanno salito recentemente il Taschorn e il Gran Combin de Valsorey, ci mandano le rispettive relazioni (16 agosto 2004).
Mischabeljoch
Il Mischabeljoch è quasi esclusivamente raggiunto per la presenza dell'omonimo
bivacco, punto di partenza per la cresta SE del Taschhorn.
Il superamento della barriera rocciosa alta circa 200 m che permette l'accesso al
Weingartengletscher è la principale difficoltà che ne giustifica la
valutazione AD-.
Descrizione:
Salita: dalla Taschhutte m 2701, raggiunta con una comoda strada, un sentiero
porta nel valloncello del Talli e lo risale sino ad un colletto a m 3195. Si scende per
un centinaio di metri (bolli) e si continua verso N sino nei pressi del lago di
Weingarten. Si reperisce poi una traccia (ometti) sul costone morenico che scende dalla
cresta O della cima N dell'Alphubel e la si segue sino a che alcuni ometti indicano la
deviazione per l'attuale itinerario che permette di superare la fascia rocciosa della
quota 3481. Il superamento di questa fascia è facilitato da ometti anche se le
tracce che si trovano un po' ovunque possono confondere le idee. Ci si trova ora sul
ghiacciaio che si percorre all'inizio sulla dx salendo, dove c'è una zona
moderatamente crepacciata e poi più centralmente sino al colle m 3851 dove
è situato il nuovo bivacco.
Discesa: per l'itinerario di salita o, una volta raggiunto il lago, direttamente
sulle Taschalp seguendo una traccia che si sposta a dx scendendo sino a raggiungere una
cresta morenica che si segue ripida sino ad una strada. Di lì si può
seguire la strada, più lunga e comoda, o continuare per la traccia a volte
confusa che scende più diretta.
Commento: Saliti dalla Taschhutte, perchè più comodo, al bivacco
per effettuare l'ascensione della cresta SE del Taschhorn, che abbiamo portato a termine
il giorno dopo, abbiamo disceso la diretta perchè più veloce. La fascia
rocciosa l'abbiamo superata slegati all'andata, ma abbiamo fatto un paio di doppie al
ritorno perchè la qualità della roccia, liscia, a cenge spioventi, spesso
ricoperta da detriti, rende pericolosa la disarrampicata. Il ghiacciaio è
all'inizio a tratti senza neve e con qualche crepaccio di facile aggiramento poi ben
innevato e chiuso. Il nuovo bivacco è accogliente e funzionale, dotato di legna e
di telefono di soccorso, dispone di 24 posti, la notte che abbiamo dormito eravamo in 11,
il giorno dopo c'erano solo due persone. Il tempo è stato bellissimo tutti e due i
giorni, un po' troppo caldo, specialmente il secondo.
Taschhorn
Il Taschhorn la cui quota ufficiale è di m 4490,7 è uno dei 4000 del
Vallese più isolati e difficili da salire.
Fa parte della catena dei Mischabel e visto da ovest è più imponente del
Dom. Il nuovo bivacco al Mischabeljoch riduce in parte il suo isolamento e permette la
salita della sua bellissima cresta SE.
La roccia che costituisce la cresta non è di buona qualità, specialmente
in certi punti, e grandi cornici rendono la salita, ma ancor più la discesa molto
delicate.
Descrizione: Dal colle seguire la cresta di rocce rotte non troppo solide, ma abbastanza facili e
aggirare sulla dx il primo salto e i primi gendarmi (ometti).
Tornati in cresta la si segue sino alla torre quotata m 3980, la si sale e si prosegue
per la cresta un po' più facile sino alla punta m 4175.
La cresta è sempre non difficile sino all'imbocco di un grande canalone che
scende verso Saas dove si raddrizza e diventa più affilata e nevosa con
importanti cornici.
A seconda dell'innevamento può essere necessario traversare a sn per pendii
molto ripidi per poi risalire sempre per pendii ripidi a una spalla che precede il
salto teminale, questo per aggirare le grosse cornici che incombono sul versante E.
La parte terminale si sale spostandosi un po' verso dx poi direttamente per un costolone
di rocce non difficili (3), ma specialmente all'inizio molto poco solide.
Commento: Bellissima salita effettuata in una giornata altrettanto bella,
ma caldissima. Con questa ascensione io ed Angela abbiamo festeggiato il nostro 57°
4000 UIAA e portato a termine la salita di tutti i 4000 del Vallese. La cresta è
attualmente abbastanza secca e non vi è la necessità di traversare in
corrispondenza della zona delle cornici che comunque ci sono e richiedono molta prudenza.
Non vi è bisogno di un secondo attrezzo da ghiaccio e noi abbiamo utilizzato
per la sicurezza solamente cordini nei punti dove la prudenza lo ha richiesto e dove
era possibile, dato che la qualità della roccia non sempre lo consente. Il salto
terminale mi è sembrato meno difficile del 3° grado proposto dalla guida. In
salita 4 ore, in discesa 6. La discesa dato il caldo eccessivo, ha richiesto molto
più tempo e prudenza della salita in quanto alle 9.30 i tratti nevosi erano
già molto molli.
Descrizione: L’Arete du Meitin è il modo più sicuro per salire
il Gran Combin, a patto di restare sull’itinerario, dove la roccia è più
solida, anche se un po’ più difficile (AD+).
L’orario di salita varia a seconda delle condizioni, quando queste sono buone si sale
in circa 5 ore dalla Cabane de Valsorey m 3037 che si raggiunge da La Delise (Bourg St.
Pierre) m 1827 in 4-4 ore e mezza di buona marcia.
Per la discesa se effettuata dove si sale prevederne altrettante, in particolare
la discesa sino all’auto dalla cima è di circa 2500 m, risalite comprese, ma
con molto spostamento.
La cresta si può anche salire con partenza dalla Cabane de Panossiere, ma
richiede molto più tempo.
Itinerario: Dal rifugio (tracce e ometti) ci si porta a ds su di un piccolo
ghiacciaio che si attraversa in leggera salita sino ad un dosso di sfasciumi dove si
incontra una traccia che con marcia faticosa conduce all’attacco della via, circa 60/70
m sopra il colle di Meitin.
Primo risalto: La cresta è all’inizio facile, poi, quando aumentano le
difficoltà il consiglio è di rimanere a sn sulla roccia solida del filo o
nei suoi pressi senza farsi tentare dalle facili cenge sulla ds.
Si trovano presto due dei 40 spit, che secondo il guardiano del rifugio dovrebbero
esserci in via, anche se io ne ho visti poco più della metà, con un primo
passo duro.
Proseguendo sempre nei pressi del filo si giunge sotto lo strapiombo che forma la
cima del primo risalto, si attraversa a ds sino ad un corto diedro che riporta in
cresta (numerosi spit).
Secondo risalto: Dopo un tratto di cresta facile, arrivati nei pressi del secondo
risalto, si attraversa a ds per sfasciumi sino ad un canale sulla cui ds vi è
un evidente e caratteristico torrione.
Si risalgono pochi m il canale poi a ds all’intaglio tra il torrione e la sua
crestina (corda con nodi).
Si sale la crestina seguendo gli spits leggermente verso sn su un terreno che si fa
sempre più detritico sino alla spalla.
Terzo risalto: Attaccare un po’ a ds del filo dove la roccia è ancora solida
e salire direttamente in cima al Gran Combin di Valsorey m 4184,4 (spits).
Da qui in poco meno di un ora si può raggiungere il Gran Combin di Grafeneire
m 4314.
Discesa: Conviene scendere per la via di salita, qualche corda doppia, ci si mette più tempo, ma è più sicura.
Commento: Terza salita del Gran Combin due volte per il Corridor: Aiguille
de Croissant e Gran Combin de Grafeneire, Gran Combin de la Tsessette ed ora
il Gran Combin di Valsorey per l’Arete du Meitin, 58° 4000 Uiia salito da me
e Angela.
Salita e discesa molto lunghe, ma con un ambiente e un panorama di prim’ordine,
la roccia se ci si mantiene sull’itinerario giusto è abbastanza solida
resa più sicura da numerosi spits.
Giornata stupenda con a tratti vento freddo.
La cresta è attualmente molto secca e se si sale solo sino al ora il
Gran Combin di Valsorey, si possono lasciare all’attacco i bastoncini e tutto
il materiale da ghiaccio.
Utili fettucce e cordini e un po’ di materiale per integrare le sicurezze.
Sulla via una decina di cordate, ma nessun problema perché ci si sgrana
subito.
Il socio Michele Impedovo ci manda questa relazione sulla sua salita effettuata il 23 maggio 2004 al
Grand Combin (Combin de Tsessette), 4141 m (per il Corridor)
Partenza: 1° giorno da Fionnay, 1490 m, 2° giorno dalla Cabane de Panossiere
(ora Cabane Francois-Xavier Bagnoud), 2669 m
Dislivello: 1° giorno 1121 m, 2° giorno 1472 m
Tempi di salita: 1° giorno 5 h, 2° giorno 6 h
La salita da Fionnay alla Cabane de Panossiere per il sentiero estivo non è lineare: si possono mettere gli sci a circa 1900 m di quota (c'è ancora parecchia neve quest'anno) ma poi occorre toglierli e rimetterli a più riprese. Un'alternativa consiste nel seguire, ad un piccolo spiazzo a circa 2100 m, le indicazioni per il sentiero invernale, che scende di circa 100 m (poco segnalato, c'è una catena) fin sul Glacier de Corbassiere, che poi si segue fino al rifugio.
Il rifugio è ottimamente gestito da una coppia di persone squisite; pensavo di trovarlo strapieno, invece c'è pochissima gente.
Sveglia alle 3, partenza alle 3:45.
Dal rifugio si scende sul ghiacciaio e lo si risale per qualche chilometro senza
guadagnare quota. Alla quota di circa 3300 m si passa tra alcuni crepacci e
si svolta decisamente a sinistra, salendo sullo stretto corridoio glaciale chiamato
"Corridor". Le altre cordate evitano il Corridor e salgono il ripido
e largo canale sulla destra (pendenza 40°-45°) che porta al plateau
sommitale del Grand Combin.
Il cielo è limpido e il sole colpisce subito la barriera di seracchi incombenti sul Corridor; tuttavia fa molto freddo e per questo decidiamo di attraversare il Corridor. Anche il canale sulla destra termina con una breve fascia di seracchi e in definitiva mi sembra più pericoloso: se si dovesse staccare qualche blocco di ghiaccio questo colpirebbe inevitabilmente tutte le cordate, che si trovano sulla linea di massima pendenza.
Impieghiamo poco più di un'ora per superare il Corridor: non ci sono crepacci aperti, il terreno è facile ma ricoperto di blocchi di ghiaccio di ogni dimensione. Si svolta ora decisamente a sinistra e per un ripido traverso (consigliabile mettere i coltelli prima) si esce dal Corridor e si rimonta sul pianoro del Combin de Tsessette, che si raggiunge in breve con gli sci ai piedi.
Per arrivare in vetta al Grand Combin occorre superare sulla destra il Mur de la Cote, che presenta una fascia di ghiaccio vivo. In ogni caso non vogliamo sfidare la sorte e preferiamo scendere prima delle ore più calde della giornata.
A parte il tratto in cui occorre sciare tra i blocchi di ghiaccio, la discesa è fantastica, in un ambiente glaciale di grande suggestione.
Dal rifugio conviene scendere in sci lungo il ghiacciaio, e abbandonarlo dove si stringe in una gola, per risalire sulla destra faticosamente i 100 m di sentiero non segnalato già descritto.
Mi pare che il Grand Combin non sia più la classica scialpinistica primaverile di un tempo: da una parte l'oggettiva pericolosità del Corridor, e dall'altra la fatica di superare un pendio a 45° con gli sci in spalla rendono la salita al Grand Combin problematica. Ma se si trovano buone condizioni ambientali, come è capitato a noi, si ha la fortuna di salire una delle più belle montagne glaciali delle Alpi.
Il socio Roberto Rovelli ci manda questa relazione sulla sua salita al
Bishorn (4 maggio 2004)
Nei giorni 17 e 18 Aprile 2004 sono andato a Zinal per salire il Bishorn.
Bisogna partire abbastanza presto dallabitato di Zinal perché
ci vogliono 5-6 ore per raggiungere la Cabane de Trucuit. Dal parcheggio in
fondo (SUD) al paese di Zinal parte il sentiero invernale per il rifugio Trucuit
(difatti salire a sinistra del parcheggio per il sentiero estivo direttamente
al COL de la VACHE è impossibile con la neve).
La prima parte del percorso si snoda sulla sinistra orografica (SX guardando
la cartina) del torrente La Navisence nella val di Zinal. Appena partiti (se
cè neve si possono mettere gli sci direttamente dal parcheggio)
si attraversa il torrente e si prosegue verso SUD. Il sentiero passa per le
baite di Vichiesso (1862 m) e poco dopo si scende verso il torrente che si
supera su di un ponticello. Si segue per circa 200 m il sentiero che porta
al rifugio Ar Pitetta, poi si volta a sinistra verso NORD e con percorso a mezza
costa si tocca la località di Le Chiesso (2082 m). Continuando in obliquo
si raggiunge il Col de la Vache (2581 m), Da qui si può notare il rifugio
in alto (molto in alto sul colle), quindi si prosegue in discesa (circa 100
m) verso la conca dove scorre il torrente Barme (2479 m), qui arriva anche
il sentiero estivo. Attraversato il torrente si prosegue sulla destra orografica,
sinistra salendo a NE e quando sincontra la cresta che scende dal Diablon
de Dames (circa 2900 m), bisogna salire a destra e a circa 3050 m si supera
un canale che nellultima parte circa 10 m presenta delle catene per il
passaggio delle boccette finali. 200 m a destra della bocchetta sorge il rifugio
Trucuit 3256 m (+410274751500) conviene telefonare perché in alcuni
fine settimana tra febbraio ed aprile è possibile trovarlo custodito.
La mattina seguente si parte in direzione E. Si attraversa il ghiacciaio del Turtmann puntando direttamente allampia sella a quota 3591 m, a questo punto si gira a destra continuando sul ripido pendio in direzione SE (N.B. attenzione che nellultima parte dove il pendio diventa un po meno ripido si incontra la maggior parte dei crepacci, quindi conviene memorizzarne la posizione per poterli evitare in discesa). Raggiunta la sella tra le due vette si lasciano gli sci a proseguendo per pochi metri verso destra si arriva alla vetta più alta 4153 m .
La discesa viene fatta lungo litinerario di salita e, se non siamo troppo stanchi e la neve lo permette, sono circa 2500 m di puro divertimento.
Clicca sull'immagine per vedere la cartina (997 KB)
La neo-socia Lodovica Litro ha compiuto recentemente la salita della Dent Blanche. Su richiesta del Club ce ne ha inviato la relazione.
Dent Blanche (17 luglio 2003)
Siamo arrivati al rifugio della Dent Blanche nel pomeriggio di giovedì
dopo una salita piuttosto disagevole sotto la pioggia ed un bel temporale. Ma
forse sono state proprio le brutte previsioni del giovedì che hanno scatenato
le rinunce degli alpinisti. Così, con nostra grande sorpresa e, ammetto,
felicità ci siamo ritrovati soli: il rifugio era tutto per noi come pure
la Dent Blanche. Rinji, il simpatico ed efficente aiutante nepalese di Ingrid,
la gentilissima gestrice del rifugio, ci ha preparato un'ottima cena. Insieme
al dolce abbiamo potuto gustarci le cime tinte di rosso che iniziavano a sbucare
dalle nubi in lento dissolvimento.
Solitamente la sveglia è fissata alle 4 con partenza alle 5, ma per quel
mattino il capocordata ha deciso di partire un'ora più tardi pensando
sia all'eventuale verglas che aveva potuto formarsi sulle rocce a causa della
pioggia del giovedì e sia per il fatto che eravamo completamente soli
e non ci sarebbe quindi stato alcun rischio nei tratti in cui la roccia non
è buona. La giornata si preannunciava bellissima e abbastanza fredda,
il vento soffiava da nord. Abbiamo messo i ramponi a quota 3620 m, ossia appena
terminata la cresta rocciosa alle spalle del rifugio. La neve portava benissimo
(solo qualche piccolo tratto ghiacciato). A 3900 li abbiamo tolti (e lasciati
lì) ed abbiamo iniziato ad arrampicare sulla cresta. Abbiamo trovato
un po' di verglas sulle rocce grigio/verdi iniziali. Al Gran Gendarme siamo
passati a SX e andati verso un canale di sfasciumi fino alla forcella a DX di
un pinnacolo secondario Da qui per arrivare alla sella a monte del Gran Gendarme
si trovano tre fittoni utlizzabili per le doppie in discesa (fare attenzione
perchè il 2° o 3° fittone - partendo dalla cima - è stato
piegato e si muove). Le altre 2 torri le abbiamo passate rispettivamente a DX
e a SX. Si arriva così ad una fascia di roccia bianca (che dal rifugio
sembra neve) e ad una sorta di "sentiero" che porta fino alla vetta
e quindi alla bellissima croce che abbiamo raggiunto doppo circa 5 ore e 1/4.
Poco prima della cima abbiamo trovato due piccole chiazze di neve che abbiamo
superato senza alcun problema senza ramponi. La discesa presenta delle difficoltà
nella zona di sgrebani e sfasciumi. L'ultima parte di neve ci ha tanto rallentato
perchè si sprofondava quasi fino al ginocchio. A scendere ci abbiamo
messo 4 ore.
I nostri compagni sono stati il vento (non abbiamo mai tolto la giacca a vento)
e la solitudine. Nel complesso la salita è veramente molto bella e mai
banale. Bisogna però essere abituati agli sfasciumi, alla cengine con
pietrisco, sabbia e infidi sassetti. Se non ricordo male abbiamo fatto un paio
di tirelli in salita ed un paio in discesa, per il resto siamo andati via di
conserva.
Lodovica Litro
Weisshorn (15 luglio 2003)
Su invito del Presidente Ratto, il neo-socio Marco Orecchia ci manda questo scritto sulla salita al Weisshorn, rispondendo in parte alle richieste del socio Clemente Zanco del 3 luglio scorso.
Caro Luciano e caro Clemente,
E' un piacere per me ricordare la salita al Weisshorn (25 agosto 2001), compiuta insieme all'amico e guida alpina Paolo Obert.
E' di sicuro una delle più belle montagne del Vallese insieme alla Dente Blanche ed al Dome de Mischabel .
Bisogna premettere che le condizioni dell'estate 2001 erano ben diverse da quelle di questa estate in cui sembra di esser quasi a fine agosto!
Noi abbiamo scelto l'itinerario suggestivo della cresta N dalla Cabane de Tracuit (da Zinal) con la salita del Bishorn (facile) e quindi del Weisshorn passando per il gran gendarme roccioso situato a metà tra le due montagne (III°, unico tratto in cui Paolo ha protetto con 2-3 rinvii - il resto tutto di conserva). Quindi discesa dalla via classica normale che porta alla Weisshorn Hutte. La guida svizzera del Vallese (Biner?) dà la salita dalla cresta Nord AD (III).
Io consiglierei l'itinerario in traversata, per tre motivi:
- di sicuro permette di godersi la montagna in tutta la sua grandiosità
(meravigliosa vista sulla parete N-EST innevata)
- inoltre è probabile che le condizioni di salita (per noi era discesa)
della via normale (all'inzio sfasciumi quindi via di misto in cresta) questa
estate non siano così buone come le ho trovate nel 2001; all'epoca mi
erano sembrate molto buone anche a fine agosto grazie al freddo della notte;
qualche giro sul ghiacciaio per evitare i crepacci già ben aperti.
- alpinisticamente è poco più impegnativa, ma, a mio giudizio,
di maggiore soddisfazione e anche più sicura (meno sfasciumi + roccia
solida)
Noi eravamo partiti alle due e mezza dalla Tracuit, siamo andati piuttosto veloci fino al Bishorn e quindi + tranquilli sulla cresta; in vetta alle 9.00 in punto e discesa alla Weisshorn Hutte alle 13.
Grandioso Rosti (patate e salsicciotto) alla Weisshorn Hutte e dormita colossale.
Burbero ma simpaticissimo il gestore ed anche le figlie se avete la fortuna
di incontrarle ;-).
Chi ha detto che le bellezze della montagna si limitano alle sole v...ette??
Non ho scritto la solita relazione (ne potete trovare tante). Spero di essere stato di aiuto.
Ciao
Marco Orecchia