Dôme du Goûter, 4 giugno 2009

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10/07/2009 13:16 #486 da Pier Luigi Salza
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DÔME DU GOÛTER 4306, "pas de problèmes".

3-4/6/09

Arriva Giugno, con la stagione scialpinistica ancora in pieno corso. Finalmente libero da certi altri impegni, mi volgo al vecchio progetto dell'Aletschorn. Ma l'entusiasmo si smorza quando, dopo un paio di telefonate, apprendo che la parte bassa dell'itinerario non è più in condizioni che significa 3 ore a piedi tra i buchi? Così mi viene in mente, in alternativa, di fare con gli sci il Dôme du Goûter dai Grands Mulets, magari salendo per la bella cresta Nord (la cosiddetta Voie Royal), che avevo adocchiato già in passato e che mi sarebbe sempre piaciuto salire una volta o l'altra come itinerario autonomo da quello del Bianco. Il meteo prevede una finestra di bel tempo. Telefono ai Grands Mulets: buone le condizioni della Jonction, quanto al resto, dice il custode, l'itinerario quest'anno si svolge in salita lungo la cresta Nord del Dome (bella coincidenza!) poiché la via classica, la stessa del Bianco attraverso il Petit e il Grand Plateau, non si fa se non in discesa (!?). Felice per aver trovato un "4000" ancora fattibile in sci (tra quelli pur numerosi che mi mancano) non rifletto a dovere sulla sibillina affermazione del custode, limitando il ragionamento alla semplice dicotomia "si passa o non si passa, si fa o non fa: se si passa si passa e basta". Piuttosto interpello le guide di Chamonix, le quali si limitano a dire che loro da quella parte non salgono più, preferendo la più sicura via dei Cosmiques. Obietto che il gestore del rifugio reputa la via classica in buone condizioni e chiedo il perché del loro abbandono. Colgo una qualche reticenza nel riferimento generico ai seracchi. Infine, tagliano corto invitandomi a sentire l'Office Haute Montagne di Chamoinix. Qui mi confermano che le condizioni della gita dai Grands Mulets sono attualmente "corrette", con salita dalla cresta Nord del Dôme e discesa dalla via classica. Resta il fatto che i 1300 m di dislivello dovrebbero essere saliti in parte sci a spalle. Contatto Paolo, entusiasta e disponibile, e ci accordiamo per partire Mercoledì 3, visto che da Venerdì dovrebbe tornare l'instabilità.

1° giorno. Zelanti come non mai, arriviamo a Chamonix con grande anticipo, tanto che, montata una sveglia, schiacciamo un pisolino di mezz'ora in macchina. Saliamo alle 8,20 con la seconda cabina, e alle 8,40 partiamo da Pian de l'Aiguille. Dopo diversi gava e buta arriviamo alla Jonction e, benché sia tutto ben chiuso, ci leghiamo (almeno in questo modo Paolo non potrà mollarmi con una delle sue fughe in vista del traguardo) e l'attraversiamo.
Sul pendio sotto il rifugio incontriamo tre francesi che vengono giù pennellando di gran lena, freschi come rose, reduci dal Bianco in persona. Chiediamo loro com'è la discesa e ci dicono che c'è da fare (sorpresa!) solo una breve doppia di 12 metri, già attrezzata, sotto il Grand Plateau, "pas de problèmes". Giunti al rifugio, vi troviamo solo i due giovani francesi che ci hanno raggiunti alla Jonction e poi superati. Quale strana mancanza di affollamento, in giornate così belle e con la via così in condizioni! Chiedo lumi al custode circa la doppia e lui conferma negli stessi termini, "pas de problèmes". Poiché al telefono non aveva fatto riferimento a doppie, i discesori non li abbiamo portati. Chiediamo al gestore se non sia meglio scendere dalla stessa via di salita, ma lui dice che non conviene affatto perché troveremmo neve molto brutta. In ogni caso ci tranquillizziamo.

2° giorno. Partenza alle 4. Raggiunto il ripiano alla base della via classica, saliamo abbastanza facilmente in sci e coltelli i ripidi ed esposti pendii che sostengono la cresta del Dôme e che si stagliano direttamente contro il cielo, con le luci di Chamonix nel fondo della valle a picco sotto di noi. L'entusiasmo è alle stelle. A stento riesco a trattenere Paolo al "guinzaglio", preso da frenesia corsaiola. Ma alla terminale, all'inizio della cresta vera e propria, ormai al primo sole, inseguendo chissà quali fantasmi, attraversiamo allegramente un solido ponte e saliamo qualche metro di troppo con gli sci sul pendio già ripido dove improvvisamente troviamo uno straterello di neve incoerente su un fondo durissimo. Impossibile retrocedere. Ci tocca pagare l'errore con un'ora di tensione, tanto ci mettiamo a sostituire gli sci con i ramponi qui dove siamo, cercando di non scivolare e allo stesso tempo non farci sfuggire parti dell'attrezzatura, assicurati noi e tutto quanto alle piccozze e ai due chiodi da ghiaccio che abbiamo portato. Riusciamo a non volare e a non perdere (quasi ) nulla (Paolo un guanto, ma ha i ricambi?). Poi saliamo finalmente i 150 m di cresta, abbastanza larga, a 40-45°, cui seguono altri 100 m meno inclinati, da salire facoltativamente ancora in ramponi.
Nel tratto superiore i pendii divengono meno ripidi e meno esposti, ormai in vista della splendida nord del Bianco. Infine un lungo spostamento sui gobboni sommitali aperti e tranquilli. Giungiamo in vetta al Dome dopo quasi 7 h. Discesa splendida su una spanna di neve invernale fino al termine del Grand Plateau, all'atteso "mauvais pas".
Una corda doppia blu è ancorata con un majong a due cordini passati in due clessidre di ghiaccio del diametro di 10-15 cm ciascuna (!), scavate nel seracco azzurro che delimita la stretta cengia nevosa dove si arriva con gli sci. La corda doppia corre su un corto pendio gradinato e poi sparisce nel vuoto. Più in basso si scorge il labbro opposto del crepaccio. "Pas de problèmes", però intanto ci prepariamo due mezzi barcaioli su due moschettoni e il prusik di sicurezza. Sci di traverso sullo zaino. Paolo scende per primo. La corda si tende, passa il tratto gradinato e sparisce. Trascorrono i minuti. Non risponde ai miei richiami. Finalmente, dopo un bel po', vedo zaino e sci depositati sul labbro inferiore, poi Paolo risponde bestemmiando inconsultamente contro uno strapiombo. Ormai non penso che a scendere a mia volta. In qualche modo, mi dico con presunzione, se è passato lui, passerò anch'io. Sotto il tratto gradinato, il seracco strapiomba e, a qualche metro dal fondo (dove il crepaccio, a furia di passaggi, si è aperto e occorre pendolare per raggiungere la neve solida), i piedi non toccano più la parete. Qui, il peso del sacco, con gli sci buttati di traverso, e l'imbrago basso da arrampicata concorrono a portarmi rapidamente ad una pericolosa inclinazione prossima al ribaltamento. Alla faccia del "ma dai, in qualche modo scendiamo, togliamoci solo in fretta di qui"! Per fortuna Paolo è riuscito a sua volta a non ribaltarsi ed ora, dalla sua precaria posizione, riesce in qualche modo a bilanciarmi gli sci ed evitarmi il peggio. Rimarrei appeso a testa in giù come un salame fino all'arrivo di eventuali soccorsi dall'alto. Così, in quella strana posizione orizzontale, con la corda attorcigliata nei nodi, centimetro dopo centimetro guadagno un punto solido, mi raddrizzo, abbandono la corda ed entrambi scappiamo su dal quell'infido imbuto col crepaccio mezzo aperto e ricalziamo gli sci.
Ci mettiamo un po' a riprenderci, le gambe ben più molli di quel che sarebbe ragionevole aspettarsi come semplice conseguenza della fatica. Il resto non è più storia, nemmeno transitare al Petit Plateau sotto i tanto temuti seracchi del Dome.
Alle 16 siamo alla funivia. Abbiamo passato 12 belle ore, sempre soli, per una volta che un po' di compagnia ci avrebbe fatto un gran piacere. Trascuro i commenti sulla grandiosità dell'ambiente e la spettacolarità degli scorci. La via di salita, rispetto alla via classica, oltre che tecnicamente più interessante, costituisce una balconata eccezionale "dall'alto" sull'immensa e selvaggia colata glaciale dei Bosson e di Taconnaz e sulla grandiosa cresta dei Cosmiques.

Per qualche giorno non ho guardato bollettini, non ho pensato a come far riuscire un qualche obiettivo?. e ho festeggiato i 50 (*)!

(*) Il Dôme du Goûter è il mio 50° "4000".

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