Serial climber

 

Confessioni di un serial climber

   Confessioni di un serial climber Mark Twight Versante Sud

Autore: Mark Twight


Editore: Versante Sud (Milano)

Collana: I rampicanti

Prima edizione italiana: 2004
Formato: cm 12,5x20 – pagine 240 – Brossura – Illustrazioni: foto in B/N

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Nonostante questo libro non sia certo “fresco di stampa” (uscito negli U.S.A. nel 2001 e pubblicato in Italia nel 2004 dalle Edizioni Versante Sud) credo che si meriti uno spazio in questa rubrica di recensioni del Club 4000. Personalmente l’avevo letto nel 2004 restandone un po’ deluso; d’altra parte, oggi come allora, il titolo stimola grandi aspettative che si infrangono presto una volta aperto il libro. La maggior parte di chi ha comprato questo libro (me compreso) si aspetta di leggere una biografia di Mark Twight, invece si trova di fronte ad una raccolta di articoli pubblicati su vari magazines, che lo stesso Twight, con impronta autobiografica, aveva scritto tra il 1985 e il 2000. Nell’insieme questo libro/raccolta riesce comunque a tracciare un profilo autobiografico dell’autore, se non altro della sua vita alpinistica. Con linguaggio diretto, sfrontato – senza risparmiare “parolacce” – e uno slang tipico da yankee d’oltre Oceano (categoria che lui stesso “stranamente” critica), Mark racconta vicende di alpinismo estremo, vissute in gran parte nel massiccio del Monte Bianco quando lui viveva a Chamonix. Storie incredibili narrate con freddezza, che se fossero state “colorate” con la retorica del passato sarebbero divenute pietre miliari. Invece questo libro ha in sé i “colori” e le atmosfere delle pareti nord. L’autore parla di morti e incidenti, di amicizie e amori infranti, come se tutto ciò fosse di ordinaria quotidianità. Il ritmo della scrittura è quello sostenuto e disordinato della musica Punk, che Mark con gli auricolari ascoltava a tutto volume mentre a colpi di piccozza scalava verticali impossibili. Colpi rabbiosi quelli che Twight con i suoi attrezzi imprimeva al ghiaccio, tanto che nei suoi scritti, racconta più volte di aver rotto la becca della piccozza. Quella raccontata dall’autore è una Chamonix estremamente competitiva dove l’adrenalina, quasi fosse l’essenza della vita, si mischia al vuoto generato dalla morte. Lutti e funerali la fanno sembrare una città surreale. Questo stile glaciale e diretto, come un “pugno nello stomaco”, ha fatto breccia sui giovani alpinisti. Dal 2004 ad oggi, mi è capitato di conoscere alcuni climbers di alto livello, della “nuova generazione”, che mi hanno confidato di aver trovato ispirazione da questo libro. Gli scritti di Twight ha fatto presa, anche, e soprattutto, sui 30-40enni. Il forte alpinista Rossano Libera ha addirittura dichiarato di essersi dedicato all’alpinismo estremo dopo aver letto Confessioni di un serial climber. Così, incuriosito, l’ho riletto di recente per cercare di capire cosa vi sia di tanto magnetico tra le sue righe. Credo che la ragione del suo successo (nel 2001 ha vinto il premio come miglior libro di montagna al Banff Mountain Festival) si trovi proprio nell’uso di un linguaggio che si distanzia non poco da quello tradizionale della letteratura di montagna. Inoltre, l’alpinismo di Twight, narrato nel libro, è obiettivamente lontano dall’alpinismo classico. Resta il fatto che questo libro è diventato prepotentemente e paradossalmente esso stesso un “classico” della letteratura di montagna. Anche dopo questa rilettura sono rimasto poco entusiasta, perché lo reputo troppo cinico nei contenuti. Confessioni di un serial climberè un libro che andrebbe comunque letto, ma una volta riposto sullo scaffale lascia addosso, per riflesso, una gran voglia di rileggere Whymper. 


Raffaele Morandini

(Novembre 2012)